Posso mandarle una mail?

Quella che un tempo era una domanda “Posso mandarle una mail?” è diventata, ormai, un’affermazione: “Le mando una mail!”
…e le mail fioccano da tutte le parti: c’è il discount dietro l’angolo, che invia, giornalmente!, il listino delle offerte della settimana, c’è l’organizzazione (più o meno) umanitaria, che posta immagini strazianti di bimbi evidentemente malati, c’è l’aspirante onorevole, che, in tempo d’elezioni, pubblicizza il proprio programma… Arriva davvero di tutto! Dall’invito dell’associazione di “cuori solitari” al listino della casa editrice, passando per il gruppo di auto-aiuto di recente istituzione e la concessionaria di gru in affitto a caccia di clienti…

“Mail utili o importanti, mail perse e mail fuori-legge”

Naturalmente, in mezzo a tanto bailamme, ci sono le mail “di aggiornamento”, i post con le novità in campo medico, le mail con i riferimenti per visualizzare articoli che in qualche modo risvegliano (o dovrebbero risvegliare) il mio interesse: antibiotici usati off-label, direttive del Ministero della Sanità o dell’OMS, studi inerenti rimedi omeopatici o piante di recente scoperta…
In questa autentica bufera di lettere elettroniche (ma dove avranno mai scovato, ‘sti tizi, i miei diversi indirizzi???), ogni tanto, qualcosa si perde, con gli inevitabili inconvenienti che ciò comporta: maratone elettroniche notturne alla ricerca d’una ricevuta di versamento (ovviamente fatto “on-line”!) o del preventivo per l’acquisto di materiale di consumo o del documento da presentare entro poche ore all’Agenzia delle Entrate…

In un simile delirio di “bites” e di “megabites”, s’inseriscono le missive di sconosciuti che chiedono le cose più improbabili e, con molta nonchalance, inviano intere cartelle cliniche, magari di altre persone, con buona pace della Privacy e del suo Garante!
Il viso squadrato del computer mi sta di fronte: una lucina mi avverte che “c’è una nuova mail”, un lampo colorato mi ricorda che “devo dare l’ok ai cookies” del sito che sto visitando (chissà che sapore hanno, ‘sti “biscottini elettronici”…), mentre un’esplosione di luce mi fa notare che ho appena accettato di visionare un filmato pubblicitario… Situazione dura da gestire per una che, come me, manovra il “mouse” con la mano sinistra, scrivendo, nel contempo, con la mano destra, con l’amata penna stilografica!

“Il disastro elettronico: la mia soluzione”

Situazione dura da gestire, appunto, ed è questo il motivo per cui, da qualche anno, ho chiesto aiuto a GiEsse, un simpatico giovanotto che, armato di “scopa elettronica”, spedisce nella e-pattumiera tutto il ciarpame pubblicitario e mi prepara in bell’ordine il materiale da visionare.
E qui nasce un altro problema: le lettere inviate dalla Persone che seguo, magari da tanto tempo, e che “per non disturbare” preferiscono scrivere piuttosto che telefonare!

“Amici, Vi prego: sono allergica alle mail!”

Quando le persone parlano, i malintesi sono senz’altro possibili, ma, essendo in contatto “diretto”, ci si rende conto subito che qualcosa non fila, quando si scrive… si verifica spesso quel che la mia Mamma ripeteva: “Attenzione! Perchè chi mal intende, peggio risponde!”. Con tutti i possibili guai che ne possono derivare, e trattandosi di salute delle persone…
In passato, e non mi riferisco ai miei (amati e per sempre perduti) tempi in cui ci si serviva della piuma d’oca e del calamaio, scrivere una lettera significava sedersi al tavolino o, meglio, allo scrittoio, pensare a “cosa” e a “come” esprimere i propri pensieri, traducendoli in segni su carta. Spesso, il testo veniva prima scritto “di getto”, poi corretto e risistemato e, molto spesso, trascritto in “bella copia” su carta da lettere. Il foglio, dopo un’ultima rilettura, veniva infilato in una busta, poi dotata di francobollo e depositata in una cassetta postale.
In generale, tra l’idea di scrivere e il concretizzarsi della cosa “finita e rifinita”, trascorrevano almeno un paio di giorni: c’era tutto il tempo per riflettere sul “cosa” e sul “come”, c’era la possibilità di rendersi conto se quanto scritto corrispondeva esattamente al proprio pensiero, se non lasciava spazio a fraintendimenti, se la forma, anche in caso di lettere di protesta, era pur sempre rispettosa del destinatario della missiva.
Ai giorni nostri, spesso, le e-mail vengono scritte, anzi: digitate!, al volante dell’auto, mentre si aspetta che il semaforo viri al verde, o mentre, usciti dal lavoro, si marcia spediti verso il supermercato che già sta abbassando le serrande! Il risultato? Messaggi quasi incomprensibili, privi di punteggiatura, ma ricchi di abbreviazioni: cmq (centimetri-quadrati? No, “comunque”!), cvd (come-volevasi-dimostrare? No, “ci vediamo domani”), xò (però? perciò? boh!) e via di questo passo!
Le mail non sono “un disturbo”: sono una vera maledizione! A parte la scarsa accuratezza, data dalla velocità di scrittura, che talvolta porta a malintesi anche grossolani, c’è poi la parte “virtuale”, che ci mette il resto! Qualche esempio? Mail di risposta che vanno perse nel nulla, pur con l’indirizzo esatto, mail che arrivano dopo settimane, mail che vengono proditoriamente imbucate nella e-pattumiera o, meglio, nell’e-ciarpame (in altre parole: nello “Spam”).

“Pazienti abbandonati”

Non mi piace pensare che i miei Pazienti si sentano “abbandonati” dalla loro Omeopata, privati della possibilità d’avere un chiarimento o un aiuto quando ne hanno bisogno: per questo, faccio in modo che il mio cellulare sia acceso per almeno una-due ore al mattino e un’ora la sera. Non trovo accettabile che un Medico sia irreperibile, ma penso anche che, qualunque sia l’urgenza in atto, la soluzione debba poter essere differita di qualche ora: se così non è, si scivola nell’emergenza, e ben sappiamo che l’emergenza necessita, tout court, d’una visita in Pronto Soccorso!

Per me, una mail è davvero un disturbo: descrive situazioni e malanni, ma senza consentirmi di parlare con i miei Pazienti o con i loro Genitori, senza permettermi di capire se la Mamma è più preoccupata per la febbre o per il mal di testa che il piccolo accusa. Mi porta delle affermazioni sterili, senza consentirmi di distinguere se la situazione è davvero grave o se, al contrario, è molto più grave di come mi viene presentata…
…senza contare, poi, che, inviata la mail, la maggior parte delle persone si aspetta una risposta a “stretto giro di posta”, in parole povere: entro 5 minuti.

“Mail e tempi (presunti) di risposta”

Epica la Signora Giselda, che, qualche anno fa, ha spedito una “urgentissima-richiesta-d’aiuto” alle 3.57 del mattino e, alle 7.39, mi ha telefonato, furibonda per la mancata risposta e per l’“essere stata ignorata”: a nulla sono valse le mie proteste sul tono del “a-quell’ora-normalmente-dormo”. Ho perso una Paziente, anzi, due: la Giselda e la Maria-Gennifer (scritto proprio così), la nipotina di pochi mesi, che aveva tanto male ai dentini, e che aveva bisogno d’una mia risposta alle quattro del mattino… magari Mamma e Nonna s’aspettavano un colpo di bacchetta magica, ovviamente via mail…

“L’ultima catastrofe: la fibra ottica”

Nell’ultimo anno e mezzo, da quando sono passata (controvoglia: mai cambiare quello che funziona almeno all’80%!) alla “fibra ottica”, il telefono e il collegamento internet sembrano impazziti. Come ho già avuto modo di scrivere, ogni tanto una vocina registrata risponde dal mio numero sostenendo che “il numero non è al momento disponibile” e consigliando di “provare più tardi”. L’intera faccenda mi ricorda certe merendine della mia infanzia: ogni tot pezzi, una conteneva (o avrebbe dovuto contenere) il “buono” per una Casetta Cicocca… non ho mai conosciuto nessuno che l’abbia trovato: in genere, tutti trovavano il famoso bigliettino: “Ritenta!, sarai più fortunato”… meglio lasciar perdere la brioscina, se l’unico motivo per comprarla era la speranza della Casetta! E, nel mio caso, quando il telefono “fisso” suona come “staccato” o una vocina sussurra un “chiama più tardi”,  meglio chiamare direttamente sul cellulare!

In conclusione, cari Amici, se pensate di avere bisogno di me, telefonate: Vi rispondo subito, e io non mi sento affatto “disturbata”!

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