Stavolta, per la cena in famiglia, ho deciso di preparare il pasticcio di lasagne al forno.
La ricetta originale prevede, tra gli altri ingredienti, latte e burro, alimenti per me tabù da tanti anni, ma da tempo ho ovviato all’inconveniente utilizzando dell’olio e una “bevanda vegetale” – comunemente detta “latte di…” – a base di avena o di riso o… di ciò che trovo in dispensa.
Escludo la soia: l’annosa questione del suo possibile impatto negativo sulla tiroide sembra essere stata risolta, ma il mio organismo non reagisce molto bene all’assunzione di questo legume, che presenta una reazione crociata con le proteine del latte vaccino, quindi… croce sulla soia!
Messo al lavoro Roberto, il mio pazientissimo compagno di vita, per avere il suo “mitico ragù di carne” (questa è un’altra storia: ve ne parlo la prossima volta!), valutata la presenza in frigo di lasagne all’uovo di ottima qualità, di olio di semi di vinacciolo e di olio extravergine di oliva in dispensa, mi mancava solamente il “latte vegetale”.
Ogni tanto, nei diversi negozi, trovo dei prodotti per me nuovi, che non conosco: per me è naturale fermarmi a leggerne tutte le etichette, ovviamente tirando fuori dalla borsa i miei occhiali da lettura e… perdendo un sacco di tempo!
Breve excursus: un episodio divertente.
Una quindicina d’anni fa, quando già avevo qualche difficoltà a decifrare i caratteri stampigliati sulle diverse confezioni ma ancora non usavo gli occhiali, tenevo in borsa una lente d’ingrandimento.
Utilissima.
Assolutamente funzionale.
Pagata ben 1 euro e 50 centesimi in un negozio di giocattoli.
Un giorno, chiesi al mio Figlio-numero Due di accompagnarmi per la spesa quindicinale.
Nel negozio, avendo visto un paio di prodotti apparentemente interessanti ma a me sconosciuti, avevo pescato la mia lente dalla borsa e mi ero messa a leggerne le etichette. Sì, è vero: il supermercato era un po’ affollato, ma, incastrata tra le “isole” del frutta-verdura e gli scaffali della frutta secca, non davo fastidio a nessuno.
Il traffico dei “clienti veloci” scorreva libero e tranquillo, ma, evidentemente, qualcosa non andava bene: tornati a casa, Marco, dopo avermi aiutata a portare in cucina borse e pacchetti, mise bene in chiaro una cosa:
– Questa è l’ultima volta che io vado a fare la spesa con Sherlock Holmes!
Fine della collaborazione mamma-figlio nella gestione della spesa periodica.
Vabbè, torniamo al nostro pasticcio e al latte vegetale.
Avendo notato un prodotto assolutamente “bio” e a marchio (per me) nuovo, mi sono lanciata: “latte” di avena XX!
Ops!, sullo scaffale ce n’era un’unica confezione!
Che fare?
Non essendoci zuccheri aggiunti e incrociando le dita, ho preso anche un bricco (lo so, si dice “brick”, ma quando posso io italianizzo!) di “latte” di riso.
Perché ho incrociato le dita prendendo il “latte” di riso? In passato, ho preparato un pasticcio di lasagne al forno con latte zuccherato: quando l’ho portato in tavola e lo abbiamo assaggiato, il mio (allora) Bambino-numero Uno mi chiese se ci avessi messo la zucca, oltre al ragù di carne…
Giunta a casa, quindi, mi sono messa all’opera, utilizzando sia il prodotto a base di avena sia quello a base di riso.
Non so se il “latte” fosse inadatto alla preparazione, ma, nonostante, la fecola di patate come da ricetta, l’amido di mais per potenziare la cosa e, da ultimo, presa dalla disperazione, anche mezzo cucchiaio di agar-agar… la besciamella non si è addensata!
Anzi!, all’inizio, sembrava che tutto stesse andando per il meglio, poi, dopo un paio di minuti di ebollizione, il composto si è… scomposto!
Le farine hanno formato dei grumini antipatici (ma se le avevo pure setacciate!), mentre l’olio si è separato e ha raggiunto i “piani alti” della ciotola!
Ho ricontrollato la ricetta: apparentemente, non avevo sbagliato nulla o, forse, l’olio andava aggiunto alle farine ancora “secche”, non ancora inzuppate di “latte”??!!???
Che fare?
Mi sono precipitata al negozio, fortunatamente ancora aperto, e ho acquistato due cartoni di “latte” di avena e due di riso “senza zuccheri aggiunti” del mio solito marchio.
Stavolta, niente fecola o amido di mais (anche se li ho sempre usati!), meglio andar sul sicuro e usare una farina tipo 0.
Nel giro di pochi secondi, il mio preparato si è addensato dando forma a una sontuosa besciamella, densa, profumata (di noce moscata) e assolutamente invitante!
Ho preparato il mio pasticcio di lasagne: una teglia per la cena comunitaria e una ciotola, piccola piccola, per me e Roberto, come “assaggio”.
È venuto davvero bene!
Ora, vi passo la mia ricetta:
Cosa mi serve?
•1 litro di “latte” vegetale, senza zuccheri aggiunti!
•90 gr di olio extravergine di oliva o di semi di vinacciolo (ha un sapore più delicato) o un misto dei due
•100 gr di farina o di fecola di patate o di amido di mais ben setacciati
•1 cucchiaino di sale fino
•1 pizzico di noce moscata
Come procedo?
•in una pentola, mescolo la farina (o la fecola o l’amido di mais o un misto) e l’olio usando una frusta, in modo da non formare grumi;
•porto a ebollizione il “latte” in un pentolino e poi, sempre mescolando con la frusta, lo aggiungo al composto di farina+olio;
•continuando a mescolare con la frusta, aggiungo il sale e la noce moscata e faccio bollire per pochi minuti:
•la mia besciamella è pronta!
La prossima volta, cercherò di corrompere Roberto e di farmi spiegare come, esattamente!, prepara quello che in famiglia chiamiamo “il mitico ragù di Papà”!

A proposito: a me piace inventare le parole o dare loro un significato un po’ diverso da quello riportato sul dizionario.
•Carnivalizio – secondo Google, è una forma “inesistente” o di origine dialettale. A me piace: dopo natalizio, un carnivalizio – ovviamente seguito da un pasqualizio! – secondo me ci sta proprio bene! 😁
•Bricco – in lingua italiana, oltre a indicare il maschio adulto della pecora (bricco o becco o montone), questo termine indica un piccolo recipiente con manico e beccuccio, qualcosa tipo una caraffa o una caffettiera o una teiera. Il termine corretto, nel nostro caso, è un inglesismo: “brick”, che descrive il “cartone del latte” (o del succo di frutta o, purtroppo, del vino), ma io – come già detto più sopra – quando posso italianizzo…