“Mi presento: sono un Pomodoro Invernale!” – in viaggio con Émile Loreaux, giornalista francese

La mia Mamma ha vissuto tutta una vita, in perfetta salute!, basandosi su pochi principi: no aria condizionata in estate, riscaldamento sui 18-19° C in inverno (e di giorno!), solo i farmaci assolutamente indispensabili e, soprattutto, frutta e verdura rigorosamente locali e “di stagione”.
Anni fa, quando la prima uva (sudamericana) iniziò a far capolino sui banchi del supermercato nel periodo natalizio, la Mamma commentò: “Portafortuna? Con quell’aspetto lì? La fortuna, di sicuro, la porterà a chi la importa, non a chi se la mangia fuori stagione! A Natale, qui, si mangiano le arance, i mandarini e la frutta secca, non l’uva”.

Natale a Verona? Natale senza uva.

Argomento chiuso.
Stesso commento per le zucchine, i pomodori, le fragole o le albicocche, importate dalla Spagna, dal Marocco o dall’Olanda. “Pomodori olandesi? Ma siamo impazziti? In Olanda, fa molto più freddo che da noi: se qui i campi sono gelati, coperti di neve o di brina, mi spieghi come fanno a far crescere e maturare i pomodori in Olanda?”.

Febbraio a Verona?

Niente Febbraio con pomodori in insalata.

Argomento chiuso.
Inutile dire che gli anni e gli studi mi hanno indotta a darle ragione.
Ragionissima.
Non compro la frutta e la verdura fuori stagione e – tacciatemi pure di “antieuropeismo”! – evito accuratamente i prodotti “non made in Italy”.

Sono convinta che Madre Natura sappia il fatto suo e che se noi, a Verona, avessimo bisogno di pomodori freschi a febbraio o di succose albicocche a dicembre, Lei li avrebbe già fatti crescere nei nostri orti e nei nostri campi.

Questo, in linea di massima, il senso di ciò che cerco di comunicare ai miei Pazienti: seguiamo Madre Natura, assecondiamola, non cerchiamo di piegarla ai nostri desideri e ai nostri finti bisogni (“Al mio bambino piacciono solo i pomodori, e io glieli compro, in estate e in inverno!”: una Mamma che parla – e purtroppo agisce – in questo modo non sta facendo il bene del suo piccolo!).
Lo stesso vale per le serate in cui parlo di alimentazione ai Genitori: diamo la preferenza ai prodotti stagionali, alla frutta e alla verdura coltivate “vicino a noi”!

Personalmente, se appena posso, scelgo il “km zero” poco trattato, coltivato da qualcuno che, magari, conosco e che so essere “Persona di buon senso”, contadino che non irrora di pesticida le pesche tre giorni prima della raccolta, che non affoga i campi di anticrittogamici e non sommerge l’insalata di lumachicida. Preferisco i prodotti di stagione e trovo inadatto alla mia salute mangiare vegetali importati da Paesi lontani o coltivati “contro-natura”.

Già, ad un certo punto, mi sono posta una domanda: ma come fanno, in certi Paesi, freddi quanto il nostro, a far maturare i “pomodori d’inverno”?

Non ho, purtroppo, la possibilità di partire per un’indagine sul campo, seguendo le indicazioni riportate sulle etichette (“prodotto e confezionato in…”), e quindi mi sono data da fare utilizzando uno degli altri démoni della mia vita: Internet.
Ho scoperto che un giornalista francese, M. Émile Loreaux, vedendo i pomodori spagnoli sui banchi dei supermercati parigini in pieno inverno, s’è posto lo stesso quesito e… è partito per la Spagna, alla ricerca della verità.

Il risultato delle sue ricerche è, quanto meno, agghiacciante: negli articoli scritti al suo rientro a Parigi, infatti, descrive le tremende “condizioni” viste.
“Condizioni”. Tra virgolette. Perché riguardano il territorio in cui vengono “allevati” i pomodori. Perché si riferiscono ai Lavoratori che si occupano dei prodotti in oggetto. Perché … riguardano i pomodori stessi, poverelli pure loro!

La zona in cui si trovano le serre-allevamenti viene descritta come una landa desertificata, nota come “Mar della Plastica”, coperta com’è da un’infinita distesa di tendoni di plastica sotto i quali ci sono dei “contenitori pieni di materiale inerte” (altra plastica?), nei quali crescono le piante di pomodoro, piante che vengono bagnate, una goccia dopo l’altra, da “sostanze nutrienti”, mentre cavi e fili ne sostengono i rami “lunghi anche sei metri”.

Povera Terra! Poveri Pomodori!

Le Persone che lavorano in questi serragli sono, per lo più, giovani Nordafricani o dell’Est Europeo, spesso senza permesso di soggiorno, sottoposti a turni di lavoro di 10 ore giornaliere, pagati 20 euro al giorno (vale a dire 2 euro l’ora: per quanto siano trascorsi alcuni anni dall’”avventura” di M. Loreaux, vi assicuro che si tratta – comunque – d’un’elemosina, non d’una paga!). Cacciate dalle città “mediante intimidazioni”, queste Persone sono costrette a vivere in condizioni disumane, in depositi abbandonati tra le serre stesse o sotto una tenda…
Poveri Lavoratori!

Quando guardo i pomodori invernali (come gli altri prodotti fuori stagione) sento tanto freddo, un freddo che viene dall’anima, e mi chiedo se le Persone che acquistano questi prodotti si pongono mai la domanda: “Ma da dove viene questa roba?”.

Un discorso a parte meriterebbe il prezzo cui determinati prodotti sono venduti (possibile che, in piena estate e nel culmine della loro stagionalità, al supermercato, le fragole spagnole e i pomodori olandesi costino meno dei loro “cugini” italiani????), ma … ne riparleremo un’altra volta.

Per chi legge il Francese e desidera vedere il lavoro originale (aggiornamento: a oggi, 5 novembre 2020, il link all’articolo originale non è più disponibile), ecco alcuni links utili (aggiornamento: a oggi, 5 novembre 2020, i links a suo tempo inseriti non sono più disponibili).

Chi non ha molta dimestichezza con la lingua francese, può comunque guardare le foto: sono – purtroppo – molto eloquenti…

In rete, si trova anche l’articolo tradotto in Italiano (aggiornamento al 5 novembre 2020: “Il viaggio di un pomodoro spagnolo dalla serra al supermercato”).

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