Ma tu, scusa, come sei arrivata all'Omeopatia?

Una delle domande che spesso le Persone mi pongono riguarda il percorso che mi ha portata ad interessarmi dell’Omeopatia e, da ultimo, a praticarla come attività lavorativa.
Molti dei miei Pazienti ci sono arrivati, appunto, da “pazienti”, perchè affetti da patologie per le quali non avevano magari trovato risposte per loro soddisfacenti in altri tipi di trattamento: non è il mio caso! A parte la varicella contratta in età infantile ed un numero imprecisato di “mal di gola”, non mi sono mai ammalata molto. No: io, l’Omeopatia, l’ho proprio cercata, e voluta trovare!, dopo un incontro che non oso più definire “fortuito”.
Approfitto quindi di questo spazio per rispondere a coloro che mi hanno fatto questa domanda ed ai quali ho dato risposte per lo più incomplete.
Parto da lontano. Immediatamente dopo l’esame di maturità, andai a trovare la mia insegnante di Storia e Filosofia del liceo, la professoressa Serenella Bottacini, e le confermai l’intenzione di iscrivermi alla facoltà di Medicina e Chirurgia di Padova. In quell’occasione, la mia (ormai ex-) insegnante mi parlò di un gruppo di professionisti che si riunivano per parlare di Medicina Omeopatica e di un modo “nuovo” di praticare la Medicina stessa; mi regalò anche un libro, “Scritti scelti” di Ippocrate, che lessi con molto interesse durante l’estate e che prontamente dimenticai. Arrivai addirittura a “perderlo” fra le centinaia di testi che compongono la mia biblioteca. L’ho ritrovato quattro anni fa, in occasione di un trasloco: è stato come incontrare un vecchio amico.
Negli anni seguenti, fui davvero molto occupata.
All’Università, studiai la fisica newtoniana, l’anatomia, la fisiologia e la patologia. Per anni.  Per il sorprendente totale di quarantotto-esami-quarantotto. Nei miei anni patavini, sostenni pure un esame di Storia della Medicina, riscoprendo Ippocrate ed Avicenna, ma poi mi  innamorai dei microbi e degli  antimicrobici ed imboccai la strada che mi avrebbe portata alla specializzazione in Malattie Infettive. Trascorsi un periodo in Africa, lavorando in un ospedale locale, ma  ne riportai un profondo senso di insoddisfazione: perchè quei bambinetti, anche quando erano sufficientemente ben nutriti, continuavano ad ammalarsi? Perchè i miei piccoli Pazienti producevano tossi e catarri in continuazione? Passi per gli episodi di malaria a ripetizione, ma tossi e bronchiti a raffica….? possibile che, risolta una bronchite, ci fosse subito pronta una polmonite?!??
Rientrata in Italia, ripresi a lavorare sostituendo Colleghi Pediatri e Medici di Base e prestando servizio in Guardia Medica, ma, a quel punto, iniziai a guardare con occhi diversi i libretti sui quali vengono riportate le terapie assunte dai bambini. Possibile che la maggior parte dei piccoli assistiti soffrisse continuamente di broncopolmoniti, otiti e quant’altro? Possibile che alcuni di loro si ammalassero a tal punto da necessitare di tre-quattro-cinque (e anche più!) cicli di antibioticoterapia durante ogni inverno?
Quando io frequentavo la scuola elementare, i bambini “asmatici” erano una rarità, una specie di fenomeno sconosciuto: possibile che, una trentina d’anni dopo, ci fossero Mamme che, incredule, chiedevano alle rare fortunate: “Ma com’è che il tuo bambino non è ancora diventato asmatico?”??!!??
Quand’ero ragazzina, l’influenza era il malanno invernale più grave sia per  la sottoscritta sia per la maggior parte dei miei compagni di scuola, e neppure ce la prendevamo ogni anno! Le classi risuonavano del fastidioso concerto di tossi e tossette, ma, nella stragrande maggioranza dei casi, qualche cucchiaio di sciroppo e una o due compresse di Aspirina risolvevano tutto: a casa mia, per esempio, l’Aspro era una specie di panacea universale.
Nessuno di noi bambini si sognava d’essere tanto malato da starsene a casa da scuola per giorni e giorni, e pure più volte nel corso dell’anno!
Diventata io stessa medico, mi resi conto che, effettivamente, la vera rarità erano i bambini non-asmatici, quelli che s’ammalavano poco, che producevano un febbrone sui 39-40°C per qualche ora e, il giorno dopo, erano già pronti a ripartire con le loro attività.
Un giorno, mentre sostituivo una Collega, una Paziente si presentò in consultazione: aveva avuto un incidente stradale, riportando un trauma alla colonna vertebrale, ed aveva bisogno del certificato di malattia per il datore di lavoro.
Guardai la lastra effettuata qualche giorno prima e non potei trattenermi dall’esclamare: “Caspita, signora mia, ma con una botta così m’immagino quanti antidolorifici ha dovuto assumere e magari sta ancora prendendo!!”. La signora sorrise e mi rispose: “Dottoressa, lei non mi crederà, ma glielo devo proprio dire… ho avuto l’incidente un paio di giorni prima di Ferragosto e, uscita dal Pronto Soccorso, sono andata da un amico Farmacista. Con la scusa della mia gastrite e del fatto che la mia dottoressa è in ferie, si è rifiutato di darmi gli antidolorifici e mi ha rifilato un tubetto di Arnica! Avevo dei dolori feroci, ma non avevo scelta: o prendere un antidolorifico e rischiare una ricomparsa dell’ulcera allo stomaco o tenermeli o succhiare queste palline dall’aria così ‘inefficace’… ovviamente, ho provato a prendere l’Arnica…”. Lanciai un altro sguardo alla lastra radiologica ed uno, decisamente dubbioso, alla Paziente, che riprese: “Davvero: io non ho mai avuto fiducia nei trattamenti alternativi e, men che meno, nell’Omeopatia, ma mi son dovuta ricredere! Dopo le prime due somministrazioni, ho sentito che il dolore iniziava a spostarsi lungo la colonna vertebrale, come se stesse scorrendo verso il basso…. veramente: anche se sono trascorsi solamente otto giorni dall’incidente, il dolore è quasi completamente scomparso. Sto quasi bene! E dire che manco ci credevo, io, all’Omeopatia!”.
Nemmeno io, per la verità, credevo all’Omeopatia: all’Università, alcuni dei miei Professori mi avevano anche detto che questa era una stupidaggine, una trappola mangia-soldi per i fessi e che quelle palline contenevano il “nulla assoluto”. Già: Il Nulla Assoluto. Questa signora, però, l’incidente l’aveva avuto, le era stato messo un collarino ortopedico e le erano stati prescritti alcuni tra gli antidolorifici più potenti che conoscevo: possibile che qualche pallina di “Nulla Assoluto” fosse stata in grado di aiutarla?
I nuovi interrogativi si aggiunsero al vecchio e noto disagio, al quale decisi di reagire in qualche modo: andai in libreria dove comprai alcuni testi sull’Omeopatia ed iniziai a leggerli con grande attenzione. Sempre più intrigata, chiesi anche informazioni telefonando o scrivendo a tutte le scuole in cui questa “disciplina” veniva insegnata.
Internet, la “rete” ed i suoi tempi super-ristretti erano di là da venire:  nei mesi successivi, con calma, con i tempi della posta, arrivarono a casa diverse brochures da altrettante scuole, brochures che valutai attentamente. Operai una prima scelta scartando le scuole troppo lontane da Verona e quelle che non mettevano la laurea in Medicina, in Veterinaria o in Farmacia come requisito essenziale per l’ammissione: alla fine, operata la mia scelta, iniziai con entusiasmo lo studio dell’Omeopatia, lavorando in ospedale per contribuire al benessere della famiglia ed avviando a poco a poco l’attività di omeopata.
Ed ora… eccomi qua!
Sono trascorsi, da quei giorni, diversi anni e l’Omeopatia è diventata la mia vita. Ripenso spesso alla professoressa Bottacini, che per prima, tanto tempo fa, mi ha parlato di questa disciplina: peccato non sia più qui per riprendere il discorso!
Con il tempo, l”Omeopatia è diventata la mia vita ed ho la presunzione d’essere, al giorno d’oggi, una delle non-numerosissime persone davvero contente della propria attività lavorativa.
Questo, ovviamente, con buona pace dei miei ex-professori universitari.

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