La Signora Ménica, il Sindaco Peppone e il Potere della Mente

Ad un certo momento della mia lontana “giovinezza professionale”, per un periodo di ben quattro-anni-quattro ho lavorato come medico ecografista per l’ASL 21. Anni non facili, durante i quali, come ho già avuto modo di dire, ho conosciuto parecchi “tipi umani”, sia tra i Pazienti sia tra gli altri Sanitari con cui ho lavorato.

In un certo pomeriggio d’inverno, mentre la pioggia ed il vento flagellavano gli alberi antistanti l’ospedale “Stellini” di Nogara, i Portantini dell’ambulanza spinsero nel corridoio del servizio di Radiologia una barella sulla quale si agitava una figura minuta. Minuta, certo, ma che polmoni! L’Infermiera Alba ed io, allibite, assistemmo all’improbabile scena del lettino su ruote spinto da due volontari che saltellavano qua e là per schivare i colpi di bastone che una vecchietta urlante cercava di assestare loro. Mollato il loro rumoroso carico davanti alla porta dell’ambulatorio ecografico, i due baldi giovani fecero un rapido cenno di saluto e scapparono borbottando un “torniamo dopo!”.

Una Signora, in piedi vicino alla barella ed al suo urlante contenuto, ripeteva continuamente: “Dài, zia Mènica, non fare così…. è un esame da nulla, la dottoressa ti guarda solo la pancia… non ti fa niente altro – e poi, rivolgendosi a me – vero, dottoressa? Glielo dica anche lei che non le farà del male…”.

Mi avvicinai cauta e le chiesi: “E’ lei la signora Domenica B…?”

La vecchietta mi lanciò un’occhiataccia e fece un cenno con il capo; prima che potesse aprir bocca, le chiesi se potevo chiamarla anch’io “Signora Ménica”, visto che mi sembrava un diminutivo simpatico.

Un po’ rabbonita, rispose: “Come che la vòle, ma mi son la Ménica, qua de ‘siore’ no ghe n’è gnanca una! E tanto par parlarse ciari, la ga da savér che qua go cognesto vegnarghe, anzi i me ga portà de peso. I’è riusii a ciaparme solo parchè me ghe son roto el femore e i me ga portà chì, ma mi stago benon e no go urgense de dotori, gala capìo? Tuti i dì ghe’n sporchezo de medizine da tore e ancò anca ‘sta storia….”(1) . Parlava agitando il bastone, sempre più infervorata: una simpatica ultranovantenne che, ai suoi bei tempi, doveva esser stata un peperino proprio niente male!

Guardandola attentamente, le dissi: “Porti pazienza, Signora Ménica: io sono un bravo dottore e glielo leggo in faccia che lei sta benissimo, meglio di me, di sua nipote e dell’infermiera Alba messe insieme, ma dobbiamo dirlo anche al suo medico di base. Dài, sua nipote ha perso un pomeriggio di lavoro, l’ambulanza è stata fatta uscire per venirla a prendere e, cosa più importante di tutte, lei si è scomodata da casa, ha preso un bel po’ di freddo e si è pure arrabbiata: facciamo ‘st’ecografia e documentiamo che lei è in ottima salute, cosa dice?”.

Un po’ più fiduciosa, la Signora Ménica si lasciò spingere nella stanza dell’ecografo e mi permise di sollevare lenzuola e maglie.

Posizionata la sonda in corrispondenza del fegato, vidi subito la cistifellea o, meglio, ciò che ne restava: un sacchettino dalle pareti ispessite, pieno di calcoli di varie dimensioni, atrofizzato da almeno trent’anni. Le chiesi se aveva problemi di digestione e se, qualche volta, mangiava del salame:

-La vorà miga torme la fetina de salame che me magno tute le sere come digestivo, vera???(2), chiese di rimando, subito allarmata.

-Certo che no! – la rassicurai – anzi, secondo me, ne può tranquillamente mangiare due, di fette: se il salame non le ha dato problemi finora…

-A proposito, Signora Ménica, non sente un battito un po’ troppo forte proprio dove la sto toccando adesso… – le chiesi, fermando l’immagine ed iniziando a misurare il grosso aneurisma aortico che occupava metà dello schermo dell’apparecchio.

-Ma l’è el cor che bate, benedéta dotoresa: son magreta, mi, se n’ala minga ‘ncorto?(3)

-Porti pazienza, con tutte le maglie che ha addosso, faccio un po’ fatica….però, non sente una pallina, proprio qui, a sinistra, sotto le coste? – dissi, bloccando, questa volta l’immagine per fotografare un tumore renale del diametro di quasi dodici centimetri.

-Mah – sospirò la mia battagliera nonnina – da quan che son in leto col femore roto e no vago pì a caminar e gnanca rebalto l’orto, fasso fadiga a ‘ndar in bagno… (4)

-Certo, Signora Ménica, non si preoccupi: penso proprio che siano un po’ di feci bloccate – ribattei, arrivando con la sonda a valutare la vescica, piena di polipi e di materiale corpuscolato, che, passando nel catetere, aveva indotto i familiari a chiedere una valutazione ecografica – Mi sa che ha ragione lei: è una delle persone più sane che io abbia mai visto! Anzi, sa cosa le dico? La prossima volta che qualcuno vuole portarla in ospedale, gli spieghi che la dottoressa ha tanti malati veri di cui occuparsi e che non può perdere tempo con i sani… al suo posto, penso che sottolineerei il discorso con una bella bastonata….

Mentre l’Infermiera Alba spingeva verso il corridoio il lettino con la mia ormai sorridente Signora Ménica, parlai con la nipote, spiegandole cosa avevo visto e cosa avevo detto alla zia. Conclusi dicendo: “A novantaquattro anni ed in quelle condizioni, non troverete nessun Chirurgo disposto ad operarla: quasi sicuramente, morirebbe durante l’intervento…”.

Sono trascorsi, da quel giorno, parecchi anni: penso che la Signora Ménica se ne sia andata da un pezzo, spero si sia addormentata serenamente per risvegliarsi in un campo di nuvole bianche, soffici da vangare e sulle quali far crescere pomodori e fragole celesti.

Ogni tanto ripenso alla Signora Ménica e non posso fare a meno di ricordare anche uno degli idoli della mia infanzia e della mia adolescenza, Giovannino Guareschi ed i suoi ineffabili don Camillo e Peppone. Ricordo, in particolare, il racconto in cui un Peppone stanco e malato presiede una seduta del Consiglio Comunale, l’ultima prima di essere ricoverato in sanatorio per farsi curare una brutta forma di tubercolosi. Dopo i soliti battibecchi, scoppia un diverbio tra i suoi fedelissimi e gli esponenti dell’opposizione, ma, stavolta, il nostro Sindaco non riesce a strappare in due il librone dei verbali per scaraventarlo in testa ai più rumorosi e zittirli: troppo malato per farcela, si alza e se ne va a testa bassa, avvilito come mai in precedenza.

Peppone si toglie di mezzo ed i membri del consiglio vanno avanti a litigare e ad accapigliarsi per le questioni più diverse: due giorni dopo, però, nel bel mezzo d’una rissa, Peppone entra come un uragano nella sala, acchiappa una panca ed inizia a “spazzolare la zucca” di quanti gli capitano a tiro.

Ma come, non eri malato e in sanatorio, tu?”, gli chiede uno dei consiglieri.

Niente affatto! C’è stato uno sbaglio: un altro Giuseppe Bottazzi ha fatto la radiografa il mio stesso giorno e in ospedale hanno scambiato le lastre… stesso nome, ma data di nascita diversa: un caso di omonimia, tutto qua…”.

Caro Peppone: si sentiva un po’ stanco – tutto lì – ma quando gli è stato detto che aveva “i polmoni marci”, si è sentito malato-malatissimo-quasi morto, incapace di spaccare in due un miserabile librone: è bastato rassicurarlo per ridargli la forza d’un Sansone dei nostri tempi!

Cara la mia Signora Ménica: convintissima di star bene, inconsapevole dei due tumori, della colecisti piena di calcoli e dell’aneurisma aortico pronto a rompersi in ogni momento, vangava l’orto e slurpava salame tutte le sere!

Volli sempre volli, fortissimamente volli: ah, il Potere della Mente!

Traduzione per la mia Amica Consuelo, che, essendo di Roma, non capisce il dialetto veneto:

  1. Come vuole, ma io sono la Ménica: qua non ci sono ‘signore’! E tanto per parlare chiaramente, sappia che sono stata obbligata a venirci, qui, anzi: mi ci hanno portato di peso. Sono riusciti ad acchiapparmi solo perchè ho un femore rotto, ma io sto benissimo e non mi servono medici, ha capito? Ogni giorno devo prendere un sacco di farmaci e oggi pure questo…

  2. Non vorrà togliermi la fettina di salame che mangio tutte le sere come digestivo, vero?

  3. É il cuore che batte, benedetta dottoressa: sono magra, io, non se n’è accorta?

  4. Da quando sono a letto per il femore rotto e non vado più a passeggiare e nemmeno vango l’orto, faccio fatica ad andare in bagno…

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