Dalla CassaPanca del Tempo. Filastrocca di Natale

Qualche giorno fa, cercando una poesia natalizia, nella CassaPanca del Tempo custodita in taverna, ho trovato un vecchio libro di lettura che riporta una filastrocca di Gianni Rodari, L’albero dei poveri: è davvero bella, come tutti gli scritti di questo Autore! Questa particolare filastrocca, però, m’ha fatto rivivere alcuni ricordi, ricordi miei di quand’ero bambina e ricordi dell’infanzia di Mamma, che lei ha condiviso con me.

Mamma sta impastando le tagliatelle: io, piccolina (penso d’avere meno di dieci anni), la aiuto porgendole il sacchetto della farina e ne approfitto per farle tante domande.

Domande sul suo passato, sull’infanzia vissuta in un Paese in guerra, sui suoi (e miei!) antenati, su… le mille altre cose che mi vengono in mente.

Chiacchierando nel tepore della cucina, il mio sguardo si posa sulla finestra che dà sul giardino, illuminato dal sole: l’aiuola è spelacchiata, gli alberi che intravedo sono privi foglie… già… è inverno.

Pieno inverno.

Fa freddo: al mattino, andando a scuola, io e i miei fratelli ci divertiamo camminando sulla lamina di ghiaccio che ricopre le pozzanghere, camminiamo a piano a piano, per non romperla e poi, dopo avere attraversato questi piccoli “laghi gelati”, saltiamo con forza. Lungo la strada che collega casa e scuola, ci sono tante pozzanghere “rotte e rifatte”, spaccate al mattino dai nostri saltelli e nuovamente gelate durante la notte.

Fa freddo, però non c’è neve: per vedere un inverno molto… “nevoso” dovrò aspettare la stagione 1984-85, quando le temperature esterne notturne raggiungeranno i -20°C e la neve resterà molto a lungo.

Ma torniamo alla me stessa bambina che chiacchiera con la Mamma.

-Mamma, ma quando eri piccola tu, c’era la neve d’inverno?
-Certo che c’era, eccome! Nevicava tanto. Andavamo a scuola con le sgálmare*, gli zoccoletti di legno: si arrivava in classe con i piedi bagnati e freddi, e la Maestra ci faceva togliere zoccoli e calze e sedere intorno alla stufa a legna per asciugarci e scaldarci un po’…
-Caspita! Ma non c’erano i termosifoni?
No, i termosifoni non c’erano. Non c’erano né a scuola, né a casa mia e nemmeno a casa dei miei compagni di classe: le case venivano riscaldate dal fuoco che ardeva nel camino o da una singola stufa a legna, che serviva anche per cucinare. La sera, la Nonna metteva le braci in una sorta di bacinella di ferro e ci scaldava il letto, visto che le coperte erano poche e i piumini… proprio non esistevano! Tu pensa che, la domenica, quando andavamo in chiesa, la neve impaccata e attaccata alle suole delle sgálmare non si scioglieva durante la Messa!
-Davvero?
-Già. Anche le chiese erano proprio fredde. A casa, le camere non erano per niente riscaldate: al mattino, quando ci svegliavamo, i vetri delle finestre erano ghiacciati dalla parte interna!

Il filo dei ricordi si è interrotto. Sono passati tanti anni, ma i ricordi restano, ricordi che desidero condividere con voi…

L’albero dei poveri

Filastrocca di Natale,
la neve è bianca come il sale,
la neve è fredda, la notte è nera
ma per i bambini è primavera:
soltanto per loro, ai piedi del letto
è fiorito un alberetto.
Che strani fiori, che frutti buoni
oggi sull’albero dei doni:
bambole d’oro, treni di latta,
orsi dal pelo come d’ovatta,
e in cima, proprio sul ramo più alto,
un cavallo che spicca il salto.
Quasi lo tocco… Ma no, ho sognato,
ed ecco, adesso, mi sono destato:
nella mia casa, accanto al mio letto
non è fiorito l’alberetto.
Ci sono soltanto i fiori del gelo
sui vetri che mi nascondono il cielo.
L’albero dei poveri sui vetri è fiorito:
io lo cancello con un dito.
Gianni Rodari – Filastrocche, Inverno

Maggiolino rosso e albero di Natale

Foto di Kristina Paukshtite su Pexels

*sgálmare – Calzatura con suola di legno (faggio o altro legno duro) e tomaia in pelle (ottenuta dal riutilizzo di vecchi scarponi) inchiodata al legno. Per evitarne una rapida usura, le sgalmare venivano imbrocchettate.
È probabile che il termine derivi dalla corruzione di “dalmata”, in quanto simili calzature erano presumibilmente un tempo molto diffuse in Dalmazia.
Residualmente in uso nel parlato contemporaneo, con il significato di “scarpaccia” o anche “cialtrone”… (dal Dialetticon).

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