30 Settembre 1995 – 30 Settembre 2015. In memoriam

Agosto 1995. Roberto ed io siamo a Kiremba da un anno e mezzo; non è stato un periodo facile: tra la guerra civile, che, pur senza farsi troppo notare, continua a mietere vittime, il genocidio del Ruanda e le mille preoccupazioni legate al lavoro e all’ospedale, siamo piuttosto stanchi. Il nostro piccolo Franco, poi, bello e pacifico durante la giornata, passa una buona parte della notte a piangere, tormentato dai dentini che stanno erompendo.
La Farmacia dell’ospedale dev’essere rifornita: farmaci e disinfettanti stanno iniziando a scarseggiare, mentre sono già pronte le foto dello “stato avanzamento lavori” relative alle opere murarie che Roberto sta seguendo, foto da presentare all’Ambasciata del Belgio per avere accesso agli aiuti previsti dal piano Food for Work…
A questo punto, decidiamo di prendere qualche giorno di vacanza: una settimana in capitale, dove acquisteremo i prodotti  necessari all’ospedale, contatteremo i Belgi e la Caritas, e una settimana “da qualche parte”, a riposare un po’.
…e così facciamo: alloggiamo presso i Padri Saveriani, nella loro Casa di Accoglienza, e, nel giro di qualche giorno, riusciamo a sbrigare tutte le commissioni. Al mattino, giriamo per uffici, portiamo le fotografie all’Ambasciata del Belgio, compriamo il necessario e carichiamo la jeep di coperte e di farmaci, mentre nel pomeriggio, aspettando che i negozi riaprano i battenti, ce ne stiamo nel cortile della Casa e trascorriamo qualche ora a chiacchierare con “i presenti”.
“I presenti”: abasizi (visitatori giunti dall’Europa), volontari laici di altre missioni, padri e suore, tutti come noi venuti in capitale per gli acquisti… per noi, per tutti noi, la Casa di Accoglienza dei Padri Saveriani di  Bujumbura è una vera istituzione, un punto di riferimento per tutti gli Italiani (e non solo!): chi arriva dall’Europa o riparte, chi deve stare in capitale per qualche giorno… tutti si fermano qui! I Padri offrono un servizio davvero insostituibile: piccole camerette a due letti, tutte con bagno, essenziali nell’arredo ma sempre pulitissime, un refettorio accogliente e, soprattutto, un grande cortile ombreggiato che offre un po’ di respiro alla calura delle giornate africane.
Fra le grandi sedie di ferro battuto si intrecciano battute e scherzi, racconti di vita missionaria e di guerra, consigli per la soluzione dei problemi più diversi, proposte per lo scambio di generi di prima necessità… nel Cortile, si parla veramente di tutto!
Ed è proprio qui che il nostro piccolo Franco gattona instancabile, strisciando sul cemento ed iniziando – un po’ per volta – ad alzarsi in piedi. In questo periodo, Franco è l’unico bimbo muzungo (bianco, europeo) del gruppo ed è considerato una sorta di mascotte: missionari e visitatori fanno a gara per prenderlo in braccio o per tendergli una mano quando barcolla insicuro sulle gambette, spostandosi da una sedia all’altra. Tutti gli prestano volentieri un ginocchio o una gamba cui aggrapparsi e tutti, per quanto stanchi o preoccupati, gli regalano un sorriso.
Parliamo dei nostri progetti di vacanza-riposo anche con Luciana Gianesin, una “Romana doc” che lavora come volontaria presso la Casa, e con Padre Aldo Marchiol, un Saveriano che da anni vive e lavora in Burundi. Spieghiamo che vorremmo un po’ di tranquillità, la possibilità di “staccare la spina” per qualche giorno, dedicando un po’ di tempo al riposo: è proprio Padre Aldo a proporci di trascorrere la settimana a Buyengero, presso la “sua” missione. Ci parla della casa parrocchiale che divide con Padre Ottorino Maule e con la Signora Katina Gubert, un’anziana volontaria, che ha lasciato le natie montagne del Trentino per il Paese delle Mille Colline. Ci racconta di Buyengero, un bel villaggio che si trova in una posizione magnifica: domina la colline circostanti e gode d’una fantastica vista sul lago Tanganika; grazie all’altitudine, poi, è pure disertato dalle pestilenziali zanzare, portatrici della malaria, che infestano tutte le zone poste sotto una certa quota… l’anziano Padre Aldo sorride  prendendo in braccio Franco: il piccolo gode della sua simpatia ed è chiaro che non gli spiacerebbe averlo intorno per un po’…
Roberto ed io ne parliamo: la proposta è allettante, ma non è la cosa migliore da fare. La vita in una missione è impegnativa e i Padri sono molto indaffarati, mentre Katina ha – secondo le nostre stime – una settantina d’anni: dopo una giornata di intenso lavoro, han tutti bisogno di riposare e l’ultima cosa di cui necessitano sono le urla di un bambino piccolo. Dispiaciuti, ma decisi a non far pesare ai Padri i problemi “dentinosi” del nostro pargolo, optiamo quindi per una settimana in Tanzania, in un albergo.
Ci accomiatiamo da Padre Aldo e dalla Signora Luciana dicendo che, sicuramente, “ci sarà un’altra occasione, quando Franco avrà nottate più tranquille” e ci imbarchiamo sulla “Liemba”, il battello che fa la spola lungo il Tanganika e che, in una notte, ci porterà a Kigoma.
(A proposito, se qualcuno volesse ammirare la “Liemba”, può farlo guardando il film “Regina d’Africa”, con Humphrey Bogart e Katharine Hepburn!)
Riposiamo tranquilli: di giorno, passeggiamo lungo il lago o per le strade di Kigoma e la notte consoliamo Franco… l’impiegato della reception, quando ci ha visti con un bimbo piccolo, ci ha assegnato una stanza in una delle “dépendances” più lontane dal corpo principale dell’albergo: è un po’ scomoda per la distanza dalla sala da pranzo, ma, almeno, non disturbiamo nessuno!
Riposo, riposo, riposo.
Per “staccare” completamente, non ci siamo neanche portati la radio e, per qualche giorno, restiamo senza “nouvelles”, anzi senza “news”, visto che in Tanzania si parla l’inglese…
…ma proprio all’ultimo giorno, un uomo d’affari zairese ci chiede se siamo informati “di ciò che è accaduto in una missione italiana”: non lo siamo, ovviamente, e così ci racconta d’aver sentito al notiziario della BBC che c’è stato “un attacco ad una missione italiana in Burundi” e che alcune persone – forse cinque –  tutte Italiane, sono state uccise.
Siamo senza parole: secondo le nostre informazioni, non sono molte le parrocchie in cui ci sono almeno cinque Italiani: pensiamo a Padre Beppe De Cillia e al suo lavoro a Kamenge, alla periferia di Bujumbura, mentalmente contiamo le Suore Operaie Bresciane, che vivono a Nyamurenza, a Kitega e a Rwegura…
Ci imbarchiamo nuovamente sulla “Liemba”: sono ore di angoscia… cosa può essere accaduto? Una rapina finita male? Una vendetta?
Dopo un tempo infinito, arriviamo alla Casa di Accoglienza, che sembra quasi abbandonata: il cortile è deserto, silenzioso e privo dell’abituale brusio proveniente dalle cucine e dalla piccola officina, non ci sono Padri in vista, né nell’orto né vicino all’unica auto parcheggiata a lato dell’edificio principale. Solamente un cane gironzola qua e là, annusando il ghiaino con aria sconsolata.
Sentendoci parlare a voce alta, il Direttore della Casa, Padre Sergio Marchetto,  esce dal suo ufficio e ci accoglie con un abbraccio e la tremenda novità: la sera prima, probabilmente non molto dopo il tramonto, “qualcuno” ha assaltato la missione di Buyengero, uccidendo Padre Aldo, Padre Ottorino e la Signora Katina.
Siamo senza parole.
Padre Sergio ci dice d’essere rimasto solo a “difendere il fortino”: tutti i Padri, tutto il personale che lavora in Casa e la Signora Luciana sono partiti per Buyengero, per ricomporre le salme, ripulire il disastro causato dai “banditi” e organizzare i funerali.
Uomo di grandi capacità, Padre Sergio sa fare tante cose, ma cucinare non è tra queste: preparo – quindi – un piatto caldo per tutti e quattro, una pastasciutta che consumiamo nel refettorio, facendo mille congetture sulla possibile dinamica dell’assalto e sull’identità degli assassini. Pare ci sia di mezzo una vendetta, il rancore di alcune persone nei confronti di Padre Maule. Padre Ottorino – quindi – era il probabile “obiettivo”…e Padre Aldo e la Signora Katina? Semplici testimoni di cui disfarsi rapidamente?
Padre Sergio ci guarda con aria interrogativa, meditabondo: anche lui sa dell’invito che Padre Aldo ci aveva fatto e non osa formulare la domanda che già da un po’ Roberto ed io leggiamo ciascuno negli occhi dell’altro… se avessimo accettato l’invito e fossimo andati a Buyengero… chissà se gli “assaillants”, sapendo della nostra presenza e, soprattutto, della presenza del piccolo Franco, si sarebbero fermati, rinunciando a compiere la loro “impresa”, o se avrebbero semplicemente  rimandato la cosa a un altro giorno o se… avrebbero proceduto ugualmente, eliminando tutti i testimoni scomodi…
Una domanda che pesa come un macigno. Una domanda senza risposta.

30 settembre 1995 – 30 settembre 2015: sono trascorsi 20 anni.

E non ho ancora una risposta.

Anche quest’anno, in occasione dell’anniversario di quella terribile giornata, m’interrogo sulla dinamica dei fatti, sulla concatenazione di eventi che hanno portato Roberto e me a preferire un albergo impersonale al calore dell’ospitalità di alcuni Missionari.
Coincidenze?
Non credo proprio: le coincidenze non esistono. Non nel mio mondo.

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