Antibiotici: Teicoplanina e dintorni – riflessioni

Gli oggetti, talvolta, soprattutto quando siamo bambini, ci appaiono amichevoli o minacciosi, simpatici e gentili o cattivi e pronti ad aggredirci: la maggior parte dei bimbi attribuisce un nome non solo ai giocattoli più cari, ma anche alle proprie paure. Nascono così il Bau-Bau, la Strega Cattiva, il Fantasma Mastica-Manine, l’Orco Mangiatore di Bambini e via impaurendoci….
Per me, il fatto di attribuire un nome e caratteristiche antropomorfe alle cose che mi circondano contribuisce a farmele sentire “amiche” o – in qualche caso – “meno nemiche”. I miei computers, tanto per fare un esempio, strumenti paradisiaco-infernali, per i quali nutro sentimenti di amore (data la mole di lavoro che mi risparmiano) e di odio (visto quanto tempo mi fanno perdere quando “nascondono” qualche dato), hanno sempre avuto un nome e delle caratteristiche ben precise: il Piccolo Vecchio, indistruttibile, il Grigio, paziente e fedele – entrambi ormai pensionati – Nerone, quello che uso attualmente in studio, e Mignon, il piccolino bianco che porto con me nei viaggi. Ogni nome ha una sua storia, ovviamente!
In passato, quando mi sono innamorata della Microbiologia e frequentavo il laboratorio dell’ospedale per imparare a riconoscere ed a “coltivare” i batteri, mi veniva spontaneo attribuire nomignoli e caratteristiche umane anche a questi microrganismi. Ho sempre immaginato gli Stafilococchi come una masnada di lazzaroni: goffi, cicciotti, colorati di blu quando “fissati” su vetrino in piccoli mucchietti irregolari, mi han sempre dato l’impressione di un branco di banditi pronti ad aggredirmi anche attraverso le lenti del microscopio. Quando, poi, sentivo parlare di Stafilococchi Aurei Meticillino-Resistenti, immaginavo dei mega-palloncini super-ingrassati, verdi e fortissimi, proprio come Hulk, maligni come il Grande Vecchio del Gruppo TNT, antipatici ed astuti come Topolino… Insomma, per me gli Stafilococchi Aurei Meticillino-Resistenti erano proprio dei pessimi soggetti, dei gran fetentoni, pronti a tutto pur di campare a spese di noi piccoli ed indifesi Esseri Umani. Ne ero convinta, e lo sono ancora. Convintissima!

Nel 1990, mi sono laureata in Medicina discutendo una tesi sull’uso della Teicoplanina nelle infezioni dei neuro-shunts intraventricolari causate da Stafilococchi resistenti al trattamento antibiotico abituale. All’epoca, gli Stafilococchi rispondevano bene a diversi antibiotici, mentre la Teicoplanina, un antibiotico (al tempo!) nuovissimo e molto promettente, “sistemava” i cattivoni di turno, i Meticillino-Resistenti, appunto. La usavamo, infatti, nelle infezioni davvero gravi causate da questi microrganismi… Per me, era davvero consolante pensare a questa piccola molecola, a questo glicopeptide capace di sbaragliare i mucchietti di perfidi Ciccioni, di perforare la loro corazza e di spedirli così nel paradiso dei batteri!
Guardando qualche Paziente in coma a causa della meningite, pensavo che, in fondo, anche se il responsabile fosse stato “uno di quelli là”, c’era pur sempre la Teicoplanina!

Nel 1994, mi sono trasferita all’ospedale di Kiremba, nel Nord del Burundi, dove, fra mille cose e mille casi particolari, m’è capitato di vedere un bambino con un’osteomielite spaventosa. Il piccolo, chiamiamolo Antoine!, aveva un’infezione terribile: le due estremità della tibia destra (una delle due ossa della gamba), là dove c’è la cartilagine che consente all’osso stesso di continuare a crescere, erano state risparmiate, ma la parte centrale – la cosiddetta diafisi – era un unico, gigantesco, focolaio d’infezione. Il pus si faceva strada attraverso i tessuti muscolari e la pelle, consentendo così una sorta di “scarico”: un quadro a dir poco orrendo!
Per diversi mesi, cercai di curare l’infezione usando gli antibiotici che avevo a disposizione: ampicillina, gentamicina, metronidazolo…. nulla sembrava funzionare! L’ospedale di Kiremba era – resta –  uno dei migliori del Burundi, ma non avevo la possibilità di fare un esame colturale, né in loco né in capitale, a Bujumbura, che distava, comunque, 160 chilometri: non pochi, quando si tratta di un Paese africano invaso dai profughi, strapazzato da bande di “assaillantes” e pattugliato da un esercito di militari ubriachi già alle quattro del pomeriggio!
Un giorno, quando già pensavo che la gamba di Antoine fosse da amputare, Lydia, la Collega tedesca che aveva lavorato a Kiremba tempo prima, fece ritorno nel nostro ospedale. Le parlai del mio piccolo Paziente e dei miei dubbi: degente da quasi un anno, il mio giovanotto non aveva avuto miglioramenti di sorta e, a quel punto, bisognava prendere un decisione. Amputare o fare un ultimo tentativo per sconfiggere l’infezione.
Le parlai dei miei sforzi diagnostici e terapeutici: il pus non conteneva forme batteriche visibili al microscopio ed un esame colturale era assolutamente irrealizzabile. Dati i non-risultati ottenuti dal trattamento antibiotico e valutate le caratteristiche del pus, doveva trattarsi di “uno di quelli là”, verosimilmente uno Stafilococco Aureo Meticillino-Resistente! Qualche giorno prima, frugando nella Farmacia dell’ospedale, avevo trovato una scatola contenente un vero e proprio tesoro, una discreta quantità di fiale di Teicoplanina, quantità sufficiente – secondo i miei calcoli – per una terapia, una terapia completa per un bambino! Decidemmo di tentare “il tutto e per tutto”, come si suol dire: la Dottoressa Lydia addormentò il piccolo Antoine, gli aprì la gamba e tolse l’intera diafisi ormai distrutta ed infetta, lasciando il periostio (la pellicola che ricopre l’osso e che è necessaria perchè l’osso stesso possa crescere, aggiustarsi o ricostruirsi) e le due epifisi, le due estremità, fortunatamente sane e ancora in grado di accrescersi.
Iniziai una terapia di fleboclisi con la mia preziosissima Teicoplanina e di lavaggi locali con una soluzione a base di Rifampicina, un altro antibiotico che speravo fosse attivo contro gli Hulk della situazione.
Antoine, ormai “di casa” a Kiremba, aveva l’abitudine di scorazzare per i cortili interni dell’ospedale: saltellava sulla gamba sana e si appoggiava ad una stampella, inseguendo come un forsennato le galline del Dottor Masabo, il Collega burundese: quando si rese conto di essere praticamente legato al letto, obbligato a tenere un ago nel braccio e con una gamba fasciata perchè “aperta” come un baccello di fagioli, pianse a lungo, disperato.
Anch’io – ormai – ero alla disperazione, ma la “mia” Teicoplanina non mi deluse: i tessuti ripuliti smisero di secernere liquido dall’aspetto malsano e, poco per volta, la pelle si chiuse. La gamba, per quanto immobilizzata e con i tessuti decisamente atrofizzati, iniziò ad assumere un aspetto quasi “normale”, mentre una radiografia eseguita qualche settimana dopo mi confermò ciò che il cuore sperava: l’osso si stava riformando! Spedii il piccolo Antoine da Soeur Agnès, la suora-fisioterapista belga, per ricostruire i muscoli e rinforzare i tendini. Minacciai anche di strangolarlo con le mie mani, se solo lo avessi pescato nei cortili dell’ospedale a saltabeccare sulla gamba sana e sulla stampella, che sembrava ormai parte del suo stesso corpo. Stufo o meno di starsene a letto o fermo al sole, la cosa non mi riguardava: “doveva” dare alla sua tibia il tempo di riformarsi!
E così fu.
Dopo sei mesi, quando la Dottoressa Lydia era già da tempo rientrata in Germania, ebbi la soddisfazione di dimettere Antoine. Dopo quasi 18 mesi di degenza in ospedale, il mio monello poteva tornare a casa, con la sua gambetta risanata!
Grazie, Dottoressa Lydia! Grazie, Amica Teicoplanina! (Pure le galline si associano ai ringraziamenti.)

Inverno 2012-13. Da diversi anni, ormai, lavoro come omeopata, ma ho conservato quello che io reputo un atteggiamento “moderato”; ritengo, infatti, che, in determinati casi, l’uso dell’antibiotico sia assolutamente indispensabile: grazie al cielo, questi farmaci esistono, sennò dovremmo inventarli noi omeopati!
Sono contraria all’uso dell’antibiotico “a priori”, dato solo perchè una persona, peraltro assolutamente normale, ha la febbre o un po’ di catarro, ma ci sono dei casi in cui il farmaco è necessario. E in certe situazioni lo prescrivo io stessa: mi ritengo un medico, e dovere dei Medici, a mio avviso, è fare il possibile per il benessere dei Pazienti, non per dimostrare che un tipo di trattamento, un medicinale o un “sistema di cura” è migliore d’un altro!
Siamo, quindi, all’inverno 2012-13, questo lunghissimo e piovosissimo inverno, che sembra non voler finire mai. Uno dei miei Bàmboli (preferisco chiamare così i miei piccoli Pazienti) viene ricoverato per una febbre improvvisa, altissima, ed un’otite terribile, che ha provocato la perforazione del timpano. Il bimbo, che alla bella età di quasi 3 anni non ha mai preso un antibiotico, viene visto  in Pronto Soccorso e ricoverato. Il trattamento antibiotico non porta ad alcun risultato e, dopo qualche giorno di febbre continua, i Colleghi Ospedalieri decidono di dargli la Teicoplanina: la validità della scelta sarà, comunque, confermata dall’esame colturale e dall’antibiogramma.
Nello stesso periodo, altri due dei miei Bàmboli vengono ricoverati in ospedale per forme di tonsillite piuttosto importanti. Si tratta di due bimbi assolutamente normali, uno di 5 e l’altro di 8 anni, che non si conoscono tra loro e che frequentano ambienti diversi: entrambi hanno ricevuto un trattamento antibiotico a base di Ceftriaxone!
Si tratta – ripeto – di bambini normali, non immunodeficienti, e ritengo assolutamente corretta la scelta dei Colleghi: la mia “perplessità” è, piuttosto, legata alle pessime abitudini che ci hanno portati a ciò,  inducendo nei batteri delle capacità di resistenza agli antibiotici assolutamente incredibili.
Quando andavo la scuola materna del “Pestrino” a prendere i miei bambini (qualche secolo fa, ormai!), mi capitava spesso di “orecchiare” qualche conversazione fra mamme:
-Eh, sì, domenica, il mio aveva quattro linee di temperatura…. gli ho dato il paracetamolo…
-Mah, quando la mia più piccola incomincia con la febbre,  parto subito con l’amoxicillina. Da quando mi ha preso l’otite e le si è perforato il timpano, io faccio così, poi, se sta meglio, dopo due o tre giorni sospendo tutto, e la pediatra può blaterare finchè le pare!
-Ieri sera, quando siamo tornati dal parco, la più grande, quella di otto anni, aveva un po’ di mal di testa: inizia sempre così; poi le viene la febbre e qualche ora dopo la tosse. Da piccola, ha fatto anche le convulsioni febbrili: quando parte il mal di testa, io le do il mio ibuprofene e, se tossisce, anche l’antibiotico dei tre giorni….
-Sì, sì! Anch’io non aspetto che la febbre vada oltre il 37.5°C e men che meno aspetto per qualche giorno: il mio bambino, e io me lo conosco bene!, fa subito la bronchite, e quindi io parto con il cefaclor senza perdere tempo. Poi, se proprio incomincia a tossire, un po’ di cortisone nell’aerosol e magari anche un paio di pastigliette piccoline…. E che saranno mai una pastiglietta di  cortisone e un po’ di antibiotico per due o tre giorni… io devo andare al lavoro…
Le Mamme, naturalmente, citavano i nomi commerciali di questi farmaci (cosa che io non posso – per ovvi motivi – fare), ma, anche così, il senso del discorso è semplicemente agghiacciante: per ANNI, sono stati dati antibiotici o farmaci di altro genere a bambini, che, magari, avevano solo bisogno di una buona nottata di sonno e di essere “osservati”, giusto per capire se avevano effettivamente bisogno del farmaco!
Per anni, lavorando sul territorio (sostituivo Colleghi di Medicina Generale e Pediatri di Base), ho cercato di far capire alle Mamme che “un buon antibiotico” non è una panacea universale: niente da fare! Ogni giorno, c’era qualcuna che telefonava per “ripristinare la scorta” (visto che, senza far visitare il bambino e senza sentire il pare di un medico – non dico il mio, ma quello d’un Collega qualunque!, aveva “già iniziato la terapia”).
Quando ciò accadeva, mi arrabbiavo: pur non dicendo nulla alla Mamma in questione, mi scrivevo nome e cognome del piccolo e, a fine sostituzione, segnalavo l’abuso al Titolare: non so se la cosa abbia mai avuto un qualche seguito, ma non credo proprio. Se il Pediatra è “resistente” e non prescrive “ciò che serve”, si coinvolge la Guardia Medica o qualcun altro!

Mi ricordo di quando, piccolina, soffrivo di terribili mal di gola, con tonsille enormi e linfonodi “da record”: la mia Mamma mi faceva stare a casa dalla scuola materna, mi teneva a letto, mi portava delle gran tazze di “roba calda” (latte o camomilla al limone, per lo più) e se la febbre era proprio tanto-tanto alta mi metteva le pezzuole fresche sulla fronte. Se il dolore era davvero insopportabile mi dava la fatidica compressina di Aspro e si accertava che non mi alzassi dal letto. All’epoca, il televisore era un lusso che pochi potevano permettersi e che, in casa nostra, non c’era proprio: chi era malato, se ne stava a letto, senza tanti ghirigori e senza tanti cartoni animati; una volta guariti, si tornava a scuola (scuola materna, nel mio caso) e ci si tornava proprio volentieri, visto che lo stare a casa coincideva con la “noia mortale”, che solo in età adolescenziale ho imparato a definire “esistenziale”!
Marco, il mio figliolo quindicenne, non ha mai preso un antibiotico: quando – da piccolo – aveva la febbre, facevo la stessa cosa che propongo ai miei Bàmboli: tampone orofaringeo per accertarmi che non ci fosse un’infezione da Streptococco B-emolitico di gruppo A (=il fetentone della … situazione), stick urine per escludere l’infezione urinaria, tanto riposo, tanta acqua e … tante coccole. Niente altro.
Ricordo un episodio in particolare, più recente: aveva già undici anni, frequentava la Prima Media e, una domenica mattina, era tornato dalla partita di calcio con la febbre. Messo “a riposo”, il lunedì mattina aveva una temperatura ascellare di 41°C e nessun altro sintomo: quel giorno, dovevo incontrare una sfilza di Pazienti “urgenti-urgentissimi-non rimandabili” cui non potevo spostare l’appuntamento, così portai Marco in studio, sistemandolo sulla poltrona-letto “delle emergenze”. Gli preparai un thermos da litro di tè concentrato e ben zuccherato e gli raccomandai di prenderne una tazza almeno ogni ora.
Di tanto in tanto, andavo a spiarlo: Marco dormiva sereno, sudando tanto. Quando si svegliava, beveva un po’ di tè. Si lamentava un po’ per il mal di testa e la stanchezza, ma le pezzuole bagnate messe sulla fronte contribuirono non poco a migliorare la situazione.
Il giorno dopo, quando si svegliò, mi disse di sentirsi proprio bene, pronto per andare a scuola! Stava molto-molto meglio e, in fondo, il termometro da me “consultato” (al mercurio) segnava “solo” 39°C!!!
Non tutte le Mamme sono anche medico e non raccomando a nessuna di seguire il mio esempio, ma, mie care Ragazze, non potete andare in panico per un 38.5°C, magari rettale!, e pretendere che la temperatura scenda solo perchè VOI siete spaventate! L’influenza e buona parte delle sindromi parainfluenzali (per le quali non ci sono terapie utili) guariscono in 7 giorni-1 settimana, qualunque provvedimento adottiamo, quindi…. bisogna farli bere, far controllare (dal Medico) che non ci sia “qualcosa d’altro” e prenderla con filosofia perchè, in fondo, le febbri “aiutano a crescere”, in tutti i sensi!!!!
Mi resta, però, un fondo di tristezza: anche la Teicoplanina ed il Ceftriaxone sono stati “fucilati” e siamo ora costretti ad usarli per infezioni un tempo banali, come le otiti o le tonsilliti. Domani, in ospedale, chissà se un altro giovane Collega, guardando un Paziente in coma a causa della meningite,  potrà consolarsi pensando ad una molecola miracolosa, un super-farmaco cui ricorrere in caso di “resistenza estrema”, un prodotto capace di sconfiggere gli Hulk della situazione o se sarà costretto a pensare: “Speriamo in un miracolo!”…

 

6 Comments

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  • adriana

    Grazie per questo articolo stupendo!

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    • Teresa

      Grazie! meno male che ogni tanto qualcuno commenta!

  • erika

    …già…tuttavia mi accorgo che non ci sono solo le mamme…i pediatri..ma anche anziani che quando hanno qualsiasi malattia pensano sempre che il fatidico ANTIBIOTICO ..sia la bacchetta magica…e io che magari li informo che se non hanno un’infezione batterica non serve a nulla …mi guardano come se stessi parlando in russo…e rispondono: “…quando c’è la febbre c’è sempre un’infezione!!!”…eh va beh… si vede che dopo i 70 anni si hanno tante conoscenze….pure in medicina!

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  • rossella

    Gran bell’articolo!

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    • Teresa

      Grazie…

  • Alessandra

    Articolo davvero interessante e soprattutto utile. Grazie!

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